L’inattesa occasione dell’ozio
Posted by Giullare in Cose di paese on 14 marzo 2020
“È impossibile godere la pigrizia fino in fondo se non si ha parecchio lavoro da compiere.
Non è affatto divertente non far nulla quando non si ha nulla da fare.
Perdere il tempo diventa una mera occupazione, allora, e un’occupazione tra le più affaticanti.
L’ozio, come i baci, per esser dolce deve essere rubato”
(I. A. Gončarov, Oblomov)
È unanime il velato sentimento di costrizione, di limitazione della libertà personale, di obbligo agli arresti domiciliari. L’imposizione di rimanere a casa sine die, incalzantemente sollecitata dai decreti del CoronaVirus, ha sconvolto e terrorizzato le vite di molte persone. Più o meno apertamente si percepisce il panico di sprofondare nella noia, nella letale indolenza, nella pigrizia e nell’irrimediabile apatia.
E allora piovono copiosamente i consigli per trascorrere il tempo. Paradossalmente chi non sa come arrivare a fine giornata suggerisce agli altri come occupare le ore tra le mura domestiche (al netto di uxoricidi e torture corporali).
Sì, si piò leggere, guardare la tv, dormire, cucinare, dedicarsi al bricolage e agli hobby di una vita… La verità è che occorre essere soprattutto predisposti ad affrontare serenamente il duello col tempo che passa, o che non passa mai. È più che altro una propensione dell’animo.
Per quel che mi riguarda ho riscoperto la passione per la geografia spiccia dei nostri territori rurali. Se la giornata e la condizione fisica lo permettono, in solitaria mi spingo a camminare tra le bellissime colline. Carrarecce, lunghi filari di viti, fossi presidiati da platani o vasti campi delimitati da gelsi antichi. Il piacere è tutto nel percorrere queste cavedagne (dal latino capitianea, striscia all’estremità di un campo), studiando e realizzando impensati percorsi. Ho “ri-scoperto”, dicevo, luoghi che già conoscevo, ma che avevo perso di vista. Nell’adolescenza adoravo perdermi nella campagna in bicicletta, in Vespa, oppure nelle brevi sessioni di corsa. Ora vedo questi spazi da una prospettiva diversa, più contemplatrice e rilassata.
Un’occasione per far fruttare questa inaspettata opportunità dell’ozio. Nella concezione antica l’otium, cioè la cura di se stessi, si opponeva al negotium, ossia ai doveri e agli affari commerciali. Orazio considerava addirittura l’ozio come l’unica vera strada per arrivare alla felicità.
Il virus incontenibile
“Provocarono Dio con tali azioni e tra essi scoppiò una pestilenza”
(Salmo 106, 29)
Mi pare di vederli. Gli studenti, soprattutto quelli delle superiori, che questa settimana avrebbero dovuto sostenere una verifica o un’interrogazione, e che dopo aver gozzovigliato senza aprire libro per l’intero weekend ora si ritrovano col condono della chiusura delle scuole. Magari c’era in vista un orale di matematica, ma coi libri impolverati da settembre; o forse un’interrogazione di storia romana, quando però gli ultimi ricordi risalgono miseramente al Tigri e all’Eufrate; oppure un tema sui Promessi Sposi, avendo guardato soltanto due puntate di “Uomini e donne”.
Ecco, a proposito di Manzoni, non c’è miglior modo per spiegare il concetto di Provvidenza divina. Un evento eccezionale che indirettamente salva il malcapitato da una sorte segnata. Fossi un insegnate d’italiano userei questa vicenda per spiegare l’annosa nozione manzoniana.
I provvedimenti presi dai Governatori del nord sembrano eccessivi ed ingiustificati. Un’obiezione tra le tante: blindano scuole e studenti, mentre la gente continua ad assembrarsi liberamente in aziende e luoghi privati.
A ciò fa eco una psicosi collettiva insensata, sintomo di tempi permeati dall’ignoranza diffusa. Questo è forse il virus più incontenibile.
Dal traditore al traduttore
“Senza la traduzione abiteremmo province confinanti con il silenzio”
(G. Steiner)
Nel film Il traditore di Marco Bellocchio, Salvatore Lo Cascio interpreta magistralmente il pentito Salvatore Contorno. Durante il maxiprocesso a Cosa Nostra la deposizione di Contorno, espressa interamente in dialetto palermitano, viene interrotta dalle rimostranze degli avvocati: “Signor Presidente, qua ci vuole un interprete. I miei colleghi che vengono dal continente non hanno capito nulla”. Totuccio, invitato a parlare in italiano, cerca di giustificare la sua deficienza linguistica: “Vabbè… è un’abitudine che c’ho naturale. Si nu curro, peddu u filu”.
Pochi giorni fa, per la prima volta nella storia giudiziaria italiana, ad alcuni imputati napoletani è stato concesso un interprete, poiché non comprendevano l’italiano.
Sarebbe facile concludere con la morale dell’angosciante livello di analfabetizzazione del Mezzogiorno. Credo tuttavia che in molte parti del Settentrione le cose non siano tanto diverse. Penso alla scarsa diffusione della lingua nazionale in parecchie zone montane, all’incapacità di condurre una conversazione completa in italiano da parte di parecchia popolazione veneta, alla refrattarietà dell’idioma nazionale nelle remote valli lombarde.
La verità è che l’unione forzosa di popoli e culture profondamente diversi dopo 150 anni non ha affatto prodotto un’unità linguistica.
Mettiamo l’accento
“So di non sapere”
(Socrate)
Chi ha la fortuna di dominare le regole degli scacchi sa che il mulinello e l’infilata sono due tattiche ben distinte. Chi frequenta abitualmente le macellerie ben comprende la differenza che passa tra lo scamone e il girello. Allo stesso modo, chi scrive in lingua italiana dovrebbe sapere che apostrofo e accento sono due cose differenti, non intercambiabili.
L’apostrofo nasce in caso di elisione (caduta di una o più lettere), l’accento serve invece per distinguere la pronuncia più intensa di una sillaba rispetto alle altre.
Non è il caso di addentrarsi in encicliche su accenti gravi, acuti e circonflessi, troncamenti ed elisioni. È sufficiente dire che l’utilizzo indiscriminatamente commutabile di apostrofo e accento rappresenta un errore. Non è questione di etica, né di estetica. È semplicemente un errore grammaticale, come le “h” fuori posto, le doppie zoppe o i congiuntivi randomici.
Non è neppure il caso di salire sullo scranno dei saccenti, poiché è capitato e capita a chiunque di confonderli o di accettare le proposte che i programmi di scrittura fanno irresponsabilmente in nostra vece. Alcuni esempi: E’ / È, Po’ / Pò.
La cosa grave è che a fregiarsi dell’errore sia addirittura un’università. Scorgendo il logo della Bicocca si può notare la maldestra svista nell’uso dell’apostrofo in luogo del naturale accento. Superficialità di un rettore, cecità di qualche organo direttivo, ignoranza di un grafico? Poco importa. In una delle sedi del sapere… semplicemente non sanno.
L’ignavia dell’Ilva
“Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto”
(D. Alighieri, Divina Commedia – Inf. III, 58-60)
Papa Celestino V è ricordato soprattutto per la sua ingenuità ed incompetenza nella gestione amministrativa della Chiesa, che fece precipitare l’istituzione in uno stato di profonda confusione. Dopo solo quattro mesi dall’elezione, rinunciò giocoforza all’ufficio di pontefice spianando la strada a Bonifacio VIII.
Per questo motivo nel vestibolo della Divina Commedia è annoverato tra gli ignavi, cioè tra coloro che non seppero prendere una posizione chiara, che non agirono mai né nel bene né nel male, che non osarono mai suggerire un’idea propria.
Da ignavia ad Ilva il passo (almeno allitterato) è breve. Quella di Taranto è una situazione certamente intricata e complessa, dove i cavilli legali sembrano avere il sopravvento su qualsiasi previsione e reazione logica. Per trovare la quadra servirebbe un Premier esperto di questioni di diritto, magari un avvocato (!).
Personalmente, magari sbagliando per manifesta incompetenza, ritengo doveroso togliere alibi aggiuntivi attraverso l’eliminazione dello scudo penale. Ma capisco anche chi sostiene unicamente le ragioni della salute come bene esclusivo, proponendo la chiusura forzata ad ogni costo.
Al di là di ogni posizione, comunque la si pensi, l’importante è avere un’idea di fondo e sostenerla argomentando e cercando elementi utili all’obiettivo da raggiungere. Quello che noto e contesto, invece, è una completa mancanza di una visione e previsione comune da parte della compagine di governo. Non ho capito se vogliono la riapertura da parte di Ancelor, la chiusura previa bonifica dell’area, la nazionalizzazione, la riconversione ad altro ancora.
L’ultima notizia è che siamo arrivati al concorso di idee, dove il presidente del Consiglio chiede a tutti i Ministri di fare qualche proposta, come per organizzare la cena alla fine di un corso di fotografia. Prepariamoci, arriverà presto il momento dell’aiuto da casa: con una telefonata potrebbero chiederci la soluzione del rebus.
The wall
“All in all you’re just another brick in the wall”
(Pink Floyd)
Ricordo che l’approccio alla materia “italiano” del Ginnasio fu molto morbido: mi diedero da fare un tema sulla crisi delle ideologie del XX° secolo. Venivo dalla terza media di provincia, a malapena conoscevo il significato della parola “crisi” e per le “ideologie” ero ancora più indietro. Ricordo solo che feci espliciti riferimenti alla caduta del Muro di Berlino, additandolo come simbolico inizio della fine di un’era. Il tema ovviamente non fu un trionfo, ma concepì una pietosa, seppur salvifica, melina d’ovvietà.
Esattamente trent’anni fa cadeva il Muro di Berlino. Non fu evidentemente un evento consumato in poche settimane, ma l’epilogo di un lungo e complesso processo di trasformazione. Parlare del Muro significa aprire un mondo di dibattiti, su cui esiste una letteratura sterminata che va dalla storia dell’Ungheria, a Solidarność, alla vicenda di Emanuela Orlandi.
L’eredità di quell’abbattimento metaforico dovrebbe oggi essere un sentimento pienamente europeo ed europeista. Il ricordo delle separazioni, dei coprifuoco, delle limitazioni alla libertà, di una guerra perennemente incombente dovrebbe echeggiare oggi come un monito. Nazionalismi e sovranismi sembrano invece imboccare la direzione opposta e trascinarci indietro, verso divisioni e ghetti.
Onda anomala
Posted by Giullare in Cose di paese on 31 ottobre 2019
“Gli effetti di un’alluvione sono devastanti, non per quello che l’acqua sradica con la sua forza,
ma per tutto il dolore che si poteva risparmiare con una giusta prevenzione.
La miglior politica del risparmio, è la politica della prevenzione responsabile”
(S. Littleword, Aforismi)
Tempi di magra per i tuttologi. Non è periodo di Mondiali e neppure di Europei di calcio, l’allenatore che sta dentro ognuno di noi dorme in annoso letargo. Destini e dinamiche del Governo sembrano in fase di relativo stallo ed i politologi nostrani non hanno più nulla da dire. Niente Brexit, almeno per ora: anche per gli economisti improvvisati si prospettano lunghi silenzi.
Ecco allora che passata l’ondata di piena, mi permetto una banale riflessione su quanto accaduto nei giorni scorsi a Cereta. Una vasca di laminazione costruita a monte, in località Montagnoli, ha ceduto durante un test di collaudo allagando la frazione a valle. Per capirsi: si tratta di un’opera idrica in cemento armato, volta a raccogliere ondate eccezionali e far defluire le acque di piena in modalità programmata e controllata.
Al di là degli errori, delle responsabilità, dei disagi che l’evento specifico ha sversato sull’altare delle polemiche, la mia riflessione è di altra natura. Da sempre la zona ai piedi della collina, dove cominciano i campi che conducono a Cereta e dove ha inizio la landa Padana, è territorio vocato all’inondazione. Rivoli e fossi scaricano storicamente dalle colline in un avvallamento naturale all’inizio della piana. Lo sanno bene gli avi che da tempo immemore chiamano la zona Ciaegòt (dal dialettale “ciàega”, ovvero chiusa, chiavica, cloaca). Perché dunque costruire, costruire e costruire ancora in questa zona? Perché costruire e poi cercare protezione spendendo più di un milione di euro per una vasca di laminazione che difenda ciò che naturalmente è indifendibile? Non bastava il buonsenso, lasciando libero da gravami edilizi un territorio naturalmente non vocato ad accogliere abitazioni?
Cristogramma
“Prima di raccontare, osserva.
Prima di comunicare qualcosa agli altri con immagini e parole, fai in modo che quelle immagini e quelle parole ti suonino familiari.
Prima di muovere la fantasia, afferra le cose che hai intorno”
(G. Amelio, Il vizio del cinema)
Una mattina, mentre mi trovavo in coda sul percorso verso il lavoro, mi sono trovato davanti un’automobile con un adesivo molto particolare, simile a questo:
Mi sono annotato la curiosità con l’intenzione di approfondire in separata sede. Come immagino facciano tutti, spesso appunto le cose che mi vengono in mente e poi con calma indago.
Le coppie IC XC rappresentano le prime e le ultime lettere delle due parole greche Gesù e Cristo (IesoS e XristoS). Le S finali vengono scritta come C.
NI KA invece significa “vince”, sempre in greco. Quindi il messaggio dell’adesivo è “Gesù Cristo vince”, attinto dalla tradizione greco-ortodossa. Sostanzialmente il guidatore che mi precedeva era un fervente ed estroverso ortodosso.
Ho scoperto che si chiamano Cristogrammi e riproducono combinazioni di lettere dell’alfabeto greco o latino per rappresentare qualche messaggio legato al nome di Cristo. Sono simboli usati in passato soprattutto nella decorazione di edifici. Uno dei più noti è la targa INRI della croce. Ma il significato di questo o sapete tutti…
La legge del taglione: favorevoli tutti
“Un filosofo che non poteva camminare perché si pestava la barba, si tagliò i piedi”
(A. Jodorowsky)
Oggi io avrei dato il Premio Nobel per la Pace a mia madre. Per due ragioni. La prima è che, se è in vena, fa dei capunsèi che sono la fine (meglio dire… l’inizio) del mondo. Potrebbero mettere d’accordo Americani e Coreani, Ebrei e Palestinesi, Juventini e resto del mondo. La seconda ragione è che mia madre non è mai stata ad Oslo, quindi potrebbe corredare la cerimonia di premiazione con un’inattesa vacanza.
Ma sulla sua candidatura mi trovo certamente schiacciato in una scomoda minoranza. Ne è la riprova il fatto che nessuno da Oslo ha mai pensato di telefonarle.
Mi capita spesso di essere nella posizione inferiore, controcorrente verso la piena del fiume, quasi da salmone incompreso. Martedì il Parlamento ha licenziato definitivamente il taglio dei parlamentari: favorevoli tutti i partiti, o quasi. Capre che inseguono lo slogan populista “meno poltrone”. Chi per convinzione, altri per ovvia convenienza d’immagine.
Ebbi già modo di motivare il mio rifiuto con ragioni che hanno a che fare con la logica e con la storia.
La logica vuole che tagliare i rappresentanti significhi ridurre la rappresentanza: meno eletti rappresentano meno potenziali istanze da rappresentare. Tant’è che tra i grandi paesi europei l’Italia si prospetta a diventare il Parlamento più piccolo in proporzione alla popolazione. Va da sé che gruppi parlamentari più piccoli sarebbero meglio controllabili dai vari capibastone. Ma è anche questo l’obiettivo della riforma: tagliare le persone per avere meno impedimenti e leggi più rapide nella loro approvazione. Seguendo questo ragionamento capzioso, la dittatura dovrebbe essere la migliore delle opportunità, perché per definizione non ammette distrazioni parlamentari.
La storia poi, attraverso la Costituzione, dovrebbe ricordarci che il Parlamento era stato pensato come organo di dibattito aperto, di confronto, di rappresentanza delle molteplici posizioni dell’elettorato. Ridurre i parlamentari significa ridurre questo ruolo di discussione e confronto, significa solo rafforzare l’esecutivo.
Ora arriveranno i cavoli amari, perché dovranno per forza di cose essere modificate la legge elettorale ed anche la Costituzione. Rimane la vaneggiante speranza di un referendum confermativo (simil Renzi 2016) in grado di ribaltare il verso della corrente e di salvare capra, cavoli e salmone.
Non si dimentica
Posted by Giullare in Cose di paese on 25 settembre 2019
“Ah, da quando Baggio non gioca più
Oh no, no… da quando mi hai lasciato pure tu…
non è più domenica… e non si dimentica”
(C. Cremonini, Marmellata #25)
Come ogni settembre che si rispetti, anche quest’anno è giunto il tempo di muovere i primi passi nella stagione del Fantacalcio. È forse l’unico sport (sic) che associo indissolubilmente al Lele ed ogni settembre mi ritrovo a fare i conti con questa strana riflessione.
I primi Fantacalcio erano con lui. Eravamo in quattro, sbarbatelli e ignari del mondo. Non esisteva internet, c’erano Baggio e Batistuta, le rose erano bellissime e romantiche, le squadre giocavano tutte di domenica, le formazioni si scrivevano a penna dopo aver visto il televideo e i calcoli si facevano a mano di lunedì, davanti alla Gazzetta. Di solito era lui a fare i conti per tutti, perché aveva più tempo e forse anche più pazienza di noi.
Ricordo benissimo i suoi foglietti con la formazione scritta in biro blu. Stampatello leggermente inclinato, ordinato e pulito. Aveva una bella scrittura e io ho sempre invidiato le belle scritture. Il termine per lo scambio delle formazioni era le ore 12 della domenica. Immancabilmente, quando giocavamo contro, suonava il mio telefono di casa alle 11.58. “Silvio, c’è il Lele per te” era la litania di mia madre intenta a preparare il pranzo. “Devo invertire il quinto e il sesto panchinaro, rispetto alla formazione che ti ho dato”, mi diceva preoccupato mentre lo deridevo per questa sua meticolosità inutilmente estenuante.
Era fantastico esserci in quegli anni.